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5 Napoli
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MIRATE QUI NAPOLI NOBILISSIMA
L'INCANTEVOLE SIRENA


Michele Capo, ing.; Ettore Bernich, arch.
sull'architrave d'ingresso del palazzo liberty
al numero 43 di via Tito Angelini a San Martino




Nell'Olimpo delle Arti, delle Muse e delle Scienze, due dee dai nomi stravaganti, dal carattere molto diverso ma nate sorelle dalla mente di Zeus, ispirano quanti si dedicano alla crescita della città e delle attività umane; esse si chiamano Architettura ed Urbanistica.
La prima è la patrona degli edifici, delle case, dei palazzi e di tutti i luoghi che racchiudono le attività dell'Uomo; il suo interesse è quello di renderli gradevoli d'aspetto e funzionali. E' al caldo del focolare e sotto il riparo di Architettura che gli uomini si raccolgono per riposare, per difendersi, per curare i propri interessi e quelli familiari.
La seconda protegge i luoghi aperti. La sua attività è quella di studiare le forme che lo spazio vuoto assume, racchiuso tra i pieni che la sorella dispone. Detto così può sembrare quella di Urbanistica una preoccupazione di poco conto o, peggio, una manìa. Tutt'altro: è difatti negli spazi vuoti che la gente vive e si incontra, si scambia merci ed opinioni. E' in questi, insomma, che nasce la civiltà e si sviluppa la cultura.
Non che con ciò voglia qui esprimere un primato di Urbanistica sulla sorella, peraltro maggiore di età; ma certo è un vero peccato che oggi, mentre i seguaci di Architettura sono fin troppo numerosi (tanto da impedirsi l'un l'altro di esprimere - è malignità, la mia? - alcunché di valido), il culto dell'altra è quasi spento.
Sicché la Città, in assenza di un piano preciso, si sviluppa secondo un disegno di difficile lettura.
Ha una forma, Napoli, che si possa distinguere, e in cui identificare i suoi sforzi di crescita?
O è solo l'addizione degli interventi che da quel primo villaggio sulla vétta del monte +chia si sono succeduti nella sua storia, con la stessa cadenza delle dominazioni straniere?
A lèggere la pianta di Napoli si riconoscono tante città che si compenetrano e si sovrappongono, nate ciascuna assecondando il territorio o per seguire un qualche disegno.

L'attuale centro storico insiste sulla città greco-romana. Questo, scomparsa ogni traccia dell'antica Partènope, è la parte più vecchia di Napoli. Si immagini una Pompei, con strade diritte e tra loro ortogonali, intersecantesi con puntigliosa regolarità, a dispetto dell'orografia discontinua del terreno: tutte disposte da ovest ad est (i tre assi principali di scorrimento, di larghezza, si fa per dire, maggiore) e da nord a sud tutte le numerose altre, digradanti verso il mare, e che assumono l'appropriato appellativo di vicoli.
    Tremendamente lucidi, ma nei loro pettorali di cuoio, i militari Romani erano gente dal pensiero lineare; impossibilitati a dominare una realtà complessa, non tentavano nemmeno di comprenderla, e ricostruivano il mondo ad immagine del loro pensiero.
    Così, l'impianto delle città di epoca Romana è sempre uguale, ovunque riprodotto, salvo che nella Roma stessa; che il terreno fosse piano o collinare, che si prestasse o meno a diversa viabilità, senza verificare che i riferimenti cardinali avessero poi nelle singole realtà corrispondenza con effettivi poli di interesse ambientale, i Romani riproducevano il loro schema mentale, fatto di linee rette e direzioni precise, di "Cardi" e "Decumani".
Su questo impianto viario, nei secoli, alle case romane, basse e ricche di orti interni, si sono qui a Napoli sostituiti, talvolta inglobandole, i palazzi nobiliari, che la leggerezza del tufo impiegato per costruirli consentiva di divenire alti, fino a cinque o sei piani.
    ... vuoto su vuoto, pieno su pieno,
    muro portante, solaio in legno,
    arco spingente, catena in ferro,
    ogni puntone ha il suo contraffisso;
    e 'nopp'a tutto, àstreco a cielo ...
E puoi vedere, a patto di girare senza fretta, incastonati negli edifici pietre istoriate, brandelli di colonnato o, per via Anticaglia, le schive tracce di un Odeon Greco e le maestose mura di un intero Teatro Romano; nel quale, risuonano ancora le strofe declamate dalla querula voce dell'imperatore Nerone...

Pezzi intrappolati alla rinfusa, provenienti da culture lontane nel tempo; così come ascolti, qua e là nella lingua, vocaboli e modi di dire delle mille genti che qui hanno abitato.
    Così è arrivata fino ad oggi, perfetta e completa, ma soprattutto viva, una città antica.
    E chi volesse vederla non vada a Ercolano, ma giri per Spaccanapoli nelle botteghe dei robivècchi, per i Tribunali tra i mercatini, salga per San Gregorio Armeno tra negozi di artigiani del presèpe, dove per tutto l'anno è Natale; entri nei vicoli, si fermi alle bancarelle: qualunque fossero le parole di richiamo dei pescivendoli o degli artigiani ambulanti in greco antico (qui un tempo più diffuso del latino), è fuor di dubbio che la cadenza del grido, diverso per ogni mercanzìa, sia da allora la stessa.
Questi palazzi non hanno quasi facciata: e come potrebbero sfoggiarla, nella modestia dei vicoli su cui affacciano?
Ma la loro vera ricchezza è chiusa nei cortili che, sempre dopo un cupo androne, sbòcciano all'interno. E' lì che i palazzi del centro storico offrono lo spettacolo della loro imponenza, nello sfoggio delle enormi scalinate, ciascuna maestosamente unica.
    Questo, a Napoli, è l'elemento architettonico più importante e diffuso: la scala.

    ... scàle apèrte, a più rampànti,
    a tenàglia e calicò,
    ràmpe, chiòcciole, gradóni,
    mammamìa, non ce la fò ...


    Lunghe scalinatelle in pietra grigia del Vesuvio scalpellata a mano serpeggiano sui pendii delle colline su cui la Città si sviluppa; le collegano tra loro, al piano, al mare.

    Nelle vecchie case, inaspettatamente, una scala angusta ti aiuta a discendere attraverso il tempo: cosý, dal pavimento della Napoli di oggi, semplicemente varcando una breccia scavata attraverso le v˛lte di fondazione del Seicento (che riconosci dai mazzacÓne irregolari in tufo), trovi nelle pareti di una cantina la regolare disposizione dei mattoni quandrangolari in tufo a formare un opus reticolatum, che ti conferma la sua origine di f˛ndaco romano. E, appena pi¨ sotto, larghe pietre di tufo squadrato racchiudono una bottega della Neapolis greca.

    Lo scalone nei palazzi nobiliari del centro storico porta luce agli androni e ai ballatoi; e soprattutto assolveva, all'epoca, alla funzione di collegamento, non solo figurato, tra gli strati sociali: il popolo povero nei bassi, le botteghe al piano di strada, la famiglia patrizia al piano nobile, i borghesi ai piani alti!
Ma, a ben vedere, più che collegare, finiva per svolgere la funzione opposta.
    Non a caso in tutta la Storia di Napoli, la nobiltà si è sempre frapposta tra borghesia e popolo, a dividere non simbolicamente le due componenti del "terzo stato"; ed anche quando, nel periodo neoclassico, abbandonati gli antichi palazzi (e tutto il Centro al suo degrado) per le più ariose residenze di faccia al mare alla Riviera di Chiaja, a presidiare l'ordine assoldava

    ... li malfattori, onde essi non rubino,
    et anco finché, con loro camorrìa,
    tengano in soggezione li altri ribaldi ...


    A nulla è valsa la rivoluzione giacobina del '99, fallita nel sangue per l'incomprensione tra "plebe" e "popolo grasso"; ed oggi, pur decaduto ogni privilegio della nobiltà, questo ruolo di divisione e di losca mediazione tra bisogni e idee, tra domanda di cambiamento e progetti di rinnovamento lo ha ereditato, ed egregiamente lo svolge, certa politica e la criminalità organizzata.
Orbene (e sono così giunto alla mèta di questo mio itinerario), nel mezzo della città greco-romana, proprio all'incrociarsi dei quattro Rioni in cui oggi il centro storico si divide, si apre una piazzetta, intitolata al fiume Nilo.
Non tragga in inganno la centralità di questo luogo: è appena uno slargo, un varco apertosi casualmente nel mezzo di questo regolarissimo dedalo di viuzze; la vera e unica piazza era l'antico Foro, ora scomparso.
Non vale ad ingentilirla neanche la doppia rampa d'accesso alla cappella di San Nicola al Nilo, tutta scalpellata d'un ricamo in pietra grigia: appena sotto si aprono botteghe di cianfrusaglie, che vedi disposte anche sui gradini. E, si badi, lì poste a pieno titolo, giacché, come attestano le lapidi da ambo i lati, fin dalla data della sua costruzione,
    nel primo di febbrajo 1706
    per decreto della Corte Arcivescovale
    di questa Città è stato ordinato
    che quest'atrii scala e le due
    botteche seû bassi laterali
    restino profani e non godano
    immunità ecclesiastica
Ebbene, in questa piazzetta, o per meglio dire in uno slargo adiacente, sorge un vecchio monumento in marmo.
E' prassi consueta, a Napoli, che in quasi nessuna piazza (vuoi per frettolosi cambiamenti effettuati in passato, vuoi per distrazione) il monumento che vi campeggia si possa riferire allo stesso personaggio cui la piazza è intitolata.
Casualmente, però, il monumento di piazzetta Nilo raffigura un vecchio obeso e flaccido disteso, o per meglio dire scompostamente sdraiato su una specie di triclinio, l'espressione assente ed una ricolma cornucopia sottobraccio. Completano l'allegoria forme di animali fluviali africani, tra cui spicca un approssimativo coccodrillo senza più testa.
Il tutto spingerebbe a credere che, almeno in questo caso, il titolare della piazza, il fiume Nilo, abbia meritato il monumento giusto.
E invece, quel corpo di vecchio, pigro e scomposto, inerte e molliccio, prende il nome, a generale indicazione popolare, di "corpo di Napoli".
E' dunque questa la forma della Città? Per molti ne è l'immagine. Certo, per sua crescita è diventata invivibile, ma chi la vede così mortificata non le concede alcuna speranza.
Eppure, non è solo per questo che associare il corpo di questo vecchio a quello della Città mi infastidisce assai. L'idea che io conservo è tutt'altra: per me, Napoli, è invece una creatura accogliente ed invitante, un corpo (ora misterioso, ora, d'improvviso, fin troppo svelato) sempre incredibilmente affascinante. Per me, me ne rendo conto adesso, Napoli è fémmena!
Ed oggi, aggirandomi senza mèta né fretta tra questi vicoli, altro non cerco che di farmi sedurre!
E vado frugando nelle botteghe o sulle bancarelle dei robivecchi; ma quello che più mi affascina è spiare il lavoro dei tanti artigiani.
Girando per la vecchia Napoli ciò che più appare e rimane impresso è l'enorme attività di commercio (lecito o illecito) cui sembra dedita l'intera popolazione tanto che, anche chi non ha bottega, lo vedi esporre la propria merce, talvolta solo povere cose, come può, su bancarelle improvvisate o financo sul davanzale.
E immagini dunque una città popolata solo da una moltitudine di gente che si "arrangia", senza altra abilità che quella di inventarsi ogni giorno la propria esistenza.
Non è vero! All'ombra del vistoso firmamento vive un altro, più ricco e laborioso mondo.
Come per le città dell'Oriente raccontate nelle Mill'e una notte, anche qui ogni vico della città vecchia, dove non prenda il nome dal Santo a cui una chiesa, un monastero o soltanto un'edicola siano stati votati, porta quello dell'arte che per secoli, talvolta fino ad oggi, vi si è praticata. E così c'è un vico dei Panettieri e uno dei Tessitori, della Calce, dei Librai e dei Guantai, ed altri intitolati a strani mestieri di cui si è perso il ricordo.
Il ritratto vero è dunque quello di una Città popolata d'orafi, 'mpagliasegge, sarti, rammari, liutai e mast' d'ascia, valenti sia nell'intaglio che nell'intarsio.


Zi' Pascale

«Zi' Pascà', me'a sulamente dicere quant' hadd'a pavà'». Il ragazzo è evidentemente incerto se distogliere lo zio: lo vede concentrato su un lavoro di particolare difficoltà che sembra non riuscirgli come vorrebbe. Ma, d'altra parte, lui ha completato una chiave e, in mancanza di un tariffario, solo il Principale può fissare il prezzo.
Quello alza solo un attimo la testa, imprecando. Getta uno sguardo da sopra alle mezze lenti al lavoro che il nipote gli mostra. Lo esamina e poi, girata la faccia ispida verso il cliente: «fanno duemila lire!»
Zi' Pascale tiene bottega di ferrajuolo in una traversa della salita di Monte Oliveto; ripara serrature, duplica chiavi, fa mille lavori di pazienza e precisione. Un piccolo antro, che per entrarvi bisogna scendere due gradini dal piano stradale, e dove non c'è molta luce; così, per acconciare la serratura del tappo del serbatoio di una moto, se l'è messa di traverso sull'entrata.
Il proprietario del bel Ducati d'epoca lo guarda con evidente preoccupazione trafficare attorno al suo mezzo; e nel girare e nel chinarsi ansioso a controllare o far domande ogni tanto gli fa ombra, peggiorando il disagio.
L'altro cliente, rimasto relegato in un angolo sull'unica sedia libera di tutto il laboratorio, ora si alza, riprende la sua serratura, che mi sembra di un comò o di un cassettone, la pesante chiave in ferro che il ragazzo gli ha rifatta di lima dal nuovo (giacché l'originale era andato disperso forse da generazioni), e tira fuori le duemila lire.
Solo uno sguardo, ma da quello s'intende: i soldi vanno dati al principale.
Questo si pulisce le mani con la pezza che tiene sempre a portata. «L'hai controllata? gira bbuono?» - chiede Zi' Pascale al ragazzo con professionale rigore, prima di intascare le duemila lire. E il ragazzo: «Si, si, l'haggio controllata!» - risponde con un po' di impazienza. «E ... l'hai fatta senza aprire?» - incalza il vecchio, che evidentemente si fa punto d'onore nel suo mestiere riuscire a rifare la chiave di una vecchia mascatura a chiavistello senza smontarla interamente. «Si, si ...», fa il ragazzo ad occhi bassi, forse aspettandosi dove il vecchio sarebbe andato a parare «senza aprire!».
Non era vero: all'inizio ci aveva provato, ma poi... L'avevo osservato, trafficare con leve e molle a spirale per smontare e dopo rimontare con fatica quel pesante armamentario. Ma il vecchio non poteva saperlo, indaffarato com'era; ed anche il cliente si fa complice nel mascherare la mancata "bravura" del giovane.
Il vecchio, a quella risposta, appare rasserenato; e rivolto al cliente che sta per andar via, finalmente si lascia sfuggire un elogio per il nipote: «E' bravo, eh? E' bravo, 'o guaglione!». E poi, dopo una pausa, pieno d'orgoglio: «'O stò 'mparanno! (gli sto insegnando)»

Napoli è ancora piena di queste persone; artigiani che hanno investito nell'impresa tutto il loro capitale: la grande bravura che hanno nelle mani, la conoscenza di un'arte o di un mestiere antico, da generazioni l'unico bene di un'intera famiglia; ma pochi hanno chi lasciare eredi di così grandi fortune; ed anche il nipote di zi' Pascale probabilmente non resterà a lungo a bottega, se sarà valutata duemila lire una mezz'ora del suo lavoro.


L'eredità degli Spagnuóli

Esco dalla città antica verso occidente, passando per Port'Alba, a due passi dal conservatorio di San Pietro a Majella. Per godere di quella strana atmosfera che ristagna sotto i suoi archi dove, tra tavolini imbanditi e vetrine di libraio, in mezzo a camerieri indaffarati e studiosi assorti e trasandati qui fa incontrare arte, pizza, musica e cultura.
Dirimpetto sorgono i colli sui quali si acquartierarono gli Spagnuóli, a dominare le vecchie mura poste a difesa da Federico lo Svevo. E la via che tra queste e quelli scorre, ancor oggi è intitolata al loro Viceré, don Pedro de Tolèdo.
    Tremendamente lucidi, ma nelle loro armature d'acciaio, i conquistatori Spagnuóli erano gente concreta. Pettorali carenati, alte creste sugli elmi a mezzaluna, variopinti pennacchi piumati a seconda del grado: le loro tronfie uniformi da parata contendevano al pollame i segni dell'orgoglio.

    E li vedevi, da soli o in piccoli gruppi, scendere verso ora di pranzo dai loro Quartieri e attraversare la via Tolèdo: andavano, tra i vicoli affollati,

    ... p'appojà 'a libbarda
    'a for'a porta
    addò 'évano 'ntiso
    addore d'o rraù ...
Che poi il ragù non era, allora, una sperimentata e tradizionale ricetta, ma una fresca primizia: giacché da poco il pomodoro era arrivato dalle colonie del Nuovo Mondo; ed in agosto, a maturazione, rosseggiava la piana triangolare di San Marzano, appena sotto le pendici del Vesuvio rese aguzze dalle rosse e recenti lave.
Ed appoggiare l'alabarda rappresentava, insieme, uno sprezzante segnale di conquista ed un rispettoso omaggio delle armi; oggi è un detto popolare per indicare chi si presenta inaspettato all'ora di pranzo. Ricordo di un mio zio, rappresentante di commercio, che capitava al Vomero di passaggio tutti i lunedì. Ed immancabilmente, all'ora di pranzo bussava e: 'Marì', sono venuto ad appojà 'a libbarda!»; sempre accompagnato da una bottiglia di ottimo vino (che non sempre noi bambini potevamo assaggiare) e dall'ultima barzelletta (che non sempre noi bambini potevamo ascoltare).
Ma l'eredità degli Spagnuóli non è solo il pomodoro ed un detto popolare; non è solo una via Tolèdo, strada larga e diritta come non era il loro pensiero.
Sono anzitutto i Quartieri che la sovrastano, dove in un angusto e buio impianto di vicoli, enormi ed anonimi palazzi formano uno smisurato insediamento popolare nel mezzo della Città. Di una Città, si badi, che per carattere non riesce a concepire nessuna forma di discriminazione, dove la Santa Inquisizione fu scacciata a prezzo di sanguinose rivolte e dove inutilmente cercheresti nel disegno urbano alcuna traccia di un qualsivoglia ghetto per diversi ed emarginati. Salvo questo; così pesante ed evidente, che unica difesa per le coscienze civili è tentare di ignorarlo.

E la pesante eredità degli Spagnuóli è ancora altra, profondamente radicata. E' quell'idea primitiva di Stato, quel modello approssimativo di organizzazione sociale che condividiamo con quanti nel mondo furono sudditi di quell'antico, Cattolicissimo Impero; e che spinge chi ha incarichi di governo a produrre leggi ed ordinamenti non sulla base di un solido e chiaro progetto di civile convivenza, ma nell'affanno di colpire di volta in volta le categorie additate, a generale ed estemporanea sensazione, come i nemici di turno.
E così mentre le leggi, sfornate a getto continuo si affastellano ai precedenti regolamenti rafforzandosi e negandosi a vicenda, non rimane al Cittadino, scoraggiato e dissuaso dal conoscere con precisione le regole del convivere civile, che affidarsi a "conoscenze" e mediazioni influenti. Giacché è anche a buon diritto radicata la convinzione che nella generale confusione non esista regola, pure ferrea, cui non si possa trovare qualche piccola eccezione per favorire un amico.
    E questo pressante bisogno di intercessione, questa abitudine alla ricerca di una scappatoia anche a costo che sia più angusta e tortuosa della via maestra si è così radicato che, pure nella più intima delle manifestazioni, nel rapporto individuale col Divino, in preghiera, ben pochi si rivolgono come ci fu pure chiaramente insegnato, direttamente al "Padre nostro che è nei cieli"; ma di preferenza ai membri di un variopinto, articolato ed artificioso Olimpo, abitato da santi e beati, tutti burocraticamente indaffarati nel disbrigo di suppliche e lamentele, dediti ad attività di intermediazione e sensaleria; e quante mai Madonne, una per ogni stato dell'animo o occasione della vita!
E sorgono e proliferano su questo terreno in forme diverse associazioni di Cittadini che, con i mezzi più vari, si uniscono per perseguire l'unico scopo di proteggersi e sostenersi l'un l'altro.
A seconda della disposizione d'animo puoi così scegliere tra clubs e circoli; oppure, per differente cultura e sensibilità, tra una loggia o una clientela. E, se carattrere ed inclinazione te lo suggeriscono, perché no, aderire ad una famiglia, una banda, una cosca ...

Delle vecchie mura oggi non restano che, sparse sul margine orientale, una dozzina di nere e cilindriche torri con sopra le case avvinghiate.
La via Tolèdo discende verso il mare e mi conduce, diritta, verso la smisurata Piazza del Plebiscito, che fa da cortile d'onore per la facciata del Palazzo Reale, su cui vedo allinearsi i quattro Re di Napoli dell'epoca medioevale (che mi ricordano le figure di un mazzo di carte da gioco) e, pi¨ lontano, verso il mare, i quattro Re dell'evo moderno.

    Dal lato opposto a quello del Mare
    Ruggero, Federico, Carlo ed Alfonso
    Stanno sul fronte di Palazzo Reale

    Come antiche figure Napoletane
    Di Spade, Denari, di Bastoni e di Coppe
    Ciascuno il suo Seme a tutelare
Mi trovo ai piedi del Pizzo Falcone. Deviando sulla destra, a Occidente, per la via Chiaja mi ci inerpico fino alla sella, che a mezza costa lo separa dai colli dei Quartieri Spagnuóli.


I castelli

In discesa, la strada continua verso il Chiatamóne, che ora è un lungomare di palazzi, di alberghi alti e lussuosi, da cui si spiano quei pochi carpentieri che, sotto strada, lungo la riva selciata di massi grigi di basalto del Vesuvio ancora accudiscono ai gozzi di legno. Sotto il sole, a calafatare con stracci e catrame, a ripulire dalle alghe l'opera viva, a verniciare di bianco ed azzurro quei gusci rivolti la carena all'insù. E quando fa caldo, a torso nudo, a mostrare la traccia bianca lasciata dalla canottiera sulla pelle bruciata.

In mezzo al mare, a sovrastare il borgo marinaro, si erge il castello che il Normanno pose, a chiudere per secoli ad occidente lo sviluppo della Città, a chiudere per sempre le speranze di un ritorno al libero Ducato. Tutto costruito di tufo, il Castel dell'Ovo simula bizzarramente le spigolose forme aguzze e stellate del cristallo.
E, ad imitarlo, è la fortezza del Pizzo Falcone, tutta intonacata di un cupo rosso mattone; e, ancor più, il Belforte Angioino, il Sant'Elmo, che vedo sulla cima più alta del colle del Vomero a dominare la Certosa di San Martino, i cui slanciati archi portanti appoggiano sui dirupi di tufo. Una leggenda vorrebbe che i tre castelli, tutt'e tre allineati, fossero anche tra loro collegati da un camminamento segreto, una scalinata scavata nel tufo e mai ritrovata, che passerebbe anche sotto il mare.

Di tutt'altra foggia e di altro materiale, poco distante dalla riva, arretrato, isolato, intravedo appena più ad oriente campeggiare scura la mole familiare del Maschio Angioino: isolato dal mare, che un tempo gli riempiva il fossato; isolato dalla cinta muraria, oggi scomparsa; isolato da quel borgo di cui era posto a difesa, e che da tempo non esiste più per l'apertura della spropositata piazza Municipio.
Rivestito, quest'altro, di nera e dura roccia di basalto, mostra al contrario degli altri tonde e dolci linee curve, come fossero invece modellate di tenera creta. Delle cinque, solo una torre, mai completata, manca del rivestimento protettivo di pietra più dura, e si distingue, gialla di tenero tufo: la più esposta, la meno difesa, affacciata verso il mare; la torre dell'oro: quella dove, guarda caso, era custodito il tesoro!
Questo castello mi parla di quei tempi lontani in cui, dopo un lungo medio evo, si risvegliava il gusto del bello. Erano tempi in cui l'attenzione per la politica era cieco furore, e si manifestava con l'appartenenza ad una fazione. Guelfi e Ghibellini qui si chiamavano Angioini e Svevi.
E se furono gli Angiò, vincitori, a costruire il castello, a farvi eleggere in conclave il loro pupillo (quel Bonifacio ottavo tanto inviso al buon Dante) e chiamarono Giotto a dipingerne le sale, fu poi un tale Alfonso, a capo di un nuovo partito, gli Aragona, che appena conquistato a sua volta potere e palazzo vi fece erigere, proprio tra le due torri che dominano l'ingresso, maestoso e marmoreo il proprio arco di trionfo. Degli affreschi di Giotto non rimane invece più traccia: il buon Alfonso, pratico di certo più di armi che di belle arti, li trattò alla stregua dell'opera di un incapace imbianchino.

Più a occidente la Riviera si distende, verdeggiante e assolata, a congiungere Chiatamóne con Mergellina; come fosse il proscenio della cavea naturale, su cui si affacciano, come palchi e gradinate, Vomero e Posillipo. E immagini il sollievo con cui, superata di slancio la cinta dei tre castelli, la Città prima rinchiusa entro le sue mura dilagò festosa, distendendosi nel piano e sui colli ad occupare tutto lo spazio abbracciato dallo sguardo.

«'O 'ngegnere all'ENÈLL tène 'a bbarca a Margellina!». Queste le parole con cui 'Gnaziéllo, operaio elettrico, nel portarci molti anni fa il sospirato allacciamento alla casa di campagna mi consigliava di intraprendere, come poi ho fatto, una luminosa carriera nell'Ente di Stato.
Basta solo questa frase, pronunciata con l'enfasi di un motto di saggezza popolare a spiegare, credo, cosa rappresenti per tutti il porticciolo turistico di Mergellina.

Ormai sono quasi arrivato: la stazione ferroviaria è poco lontana. Ma non voglio ancora partire. Proseguo perciò lungo la salita del Posillipo, ornata da ville e da parchi.
Il capo è la punta più estrema, oltre cui si chiude alla vista della Città. E da questo si apre un cammino, una via pedonale che a picco sul mare costeggia la parete di tufo.
Prima sale, poi scende pochi metri sull'acqua. Il lastricato in mattoni contrasta col giallo della pietra; la scogliera, qui secca e deserta, là rigogliosa di piante selvatiche, è erosa e scavata. La ringhiera corre esile, in ferro, lungo il bordo di quel sottile sentiero.
Il mare tuona in basso, nel frangersi contro sassi affioranti; la strada discende fin quasi alla riva, e passa sotto la famosa finestra che si affaccia sul molo di Marechiaro; più oltre attraversa un borgo marinaro; sopra la testa corrono i cavi della teleferica che collega allo scoglio della Gajóla.
Adesso il sentiero risale; resti di una villa romana stanno aggrappati, contro la forza del tempo, su un piccolo promontorio: qui Virgilio era venuto dalla sua Mantova, ad aprire una scuola.


Parva Màntua

La città di Mantova, accerchiata com'è da tre laghi su altrettanti lati, è una penisola sulla terraferma. Nel mezzo della pianura, si protende a settentrione.
Ad un bambino, misurata col metro della sua modestia, una città non può apparire che immensa, maestosa; il piccolo Publio vi passeggiava con la madre, godendo delle meraviglie di quelle mille botteghe piene di merce, delle fini architetture etrusche che contornavano le piazze e finanche del contatto, attraverso la sottile suola dei suoi calzàri, di quel variopinto acciottolato di fiume che ne lastricava le vie.
Ma, per quanto potesse percorrerla lungo il suo asse maggiore o, più ancora, nel verso del cammino del sole, la sua strada finiva invariabilmente sulla riva. E da quella il suo sguardo, pieno di attenzione e curiosità correva, oltre folaghe ed uomini, che in gruppi distinti e con mezzi diversi erano intenti alla pesca, ai boschi sull'opposta sponda.
Si andava così formando gradualmente in lui la percezione di un mondo vasto, ma vicino e tangibile, appena oltre le grigie acque dei tre laghi.
Il suo talento consentì poi a Virgilio di viaggiare, di allontanarsi da quella Mantova che aveva sentita angusta, di vedere quel vasto mondo prima solo sognato oltre i faggi sull'opposta sponda; vide Roma, la capitale dell'Universo, e frequentò la sua Augusta corte!
Ma fu a Napoli che si fermò, e sulle balze di tufo giallo di questo promontorio (che amava chiamare Posillipo con una punta di vezzoso "grecismo") stabilì il centro dei suoi interessi.
Non fu un caso. Di certo con la sua sensibilità di poeta Virgilio aveva percepito Napoli come l'esatto contrario (e non per dimensioni) della sua piccola Mantova.
Pure Napoli come l'altra si affaccia sull'acqua, e da quasi ogni punto della Città si vede il suo Golfo. E anche qui lo sguardo corre oltre, verso la sponda opposta ad immaginare terre lontane; ma quello che vedi sull'altra riva di questo mare è ancora Napoli! Così, ogni spinta verso la conoscenza del cosmo, in chiunque abbia la fortuna di nascervi, è fin dalle prime esperienze di bambino naturalmente diretta indietro, verso la Città.
Anche il firmamento, con le sue complesse leggi, visto da qui sembra semplicemente gravitarle intorno, giacché tutti gli astri, nel loro moto, appaiono sempre sorgere dalle pendici del Vesuvio per tramontare alle spalle del Posillipo, dopo aver descritta la loro traiettoria, forse al solo scopo di rispecchiarsi nel mare!
Così, da sempre, come pianta carnivora Napoli attira senza mai restituire. Napoli è città Europea e Mediterranea; non perché si riconosca in una qualche cultura di quelle, ma perché in essa tutte le lingue e le espressioni sono arrivate, ed ambientate a convivere con le altre. Qui è la vera società multiculturale; in questo è la straordinaria fortuna di chi come me vi sia nato: di conoscere il linguaggio internazionale dei gesti, di essere intimamente un cittadino del mondo.




Qui sotto, ora la vedo, si apre la baia dei trentaremi; il sentiero, salendo, ora certo ripercorre il cammino di Ulisse: dalla cima del colle, dove è il parco della Rimembranza, la vista si allarga a spaziare sul Golfo, che da qui appare chiuso e rotondo.
Alle mie spalle è Bagnoli, e la spiaggia di Coròglio, dove, bambino, venivo a fare il bagno, e che ora è nera del carbone che le navi riforniscono all'acciaieria.
Non ha senso andare più avanti: seguendo lo stesso cammino percorso nel tempo dallo sviluppo urbano, sono giunto al limite estremo; più oltre sono i Campi Flegrèi, verso cui la Città si sta propagando.
Lo sguardo, come naturale, è attratto dal mare; l'immagine che mi si offre quella consueta del Golfo, che da quest'angolazione è stato ritratto infinite volte in acquerelli e cartoline. Mentre rimpiango di non aver saputo trovare le tracce della bella creatura, d'improvviso mi appare. Al di là delle familiari forme ne riconosco, finalmente distinta, la figura: è la Città stessa, adagiata sui colli, avvolta attorno al suo mare.
La testa ed i capelli distesi lungo i Lattari; la mole materna dei due vulcani; il cuore antico; il ventre Spagnuólo; la conca della piccola mano adagiata sulla riva del Chiatamóne; i tondeggianti fianchi del Vomero; la coda marina del Posillipo.
Ecco la forma di Napoli: è la Sirena.

Tutt'altro che morta, per uno di quei prodigi che le antiche leggende sovente raccontano, Partènope si è tramutata. E ha scelto di fare da dimora accogliente per le genti che le furono amiche, e che da allora la custodiscono.

Ha ancora senso chiedersi se si possa amare Napoli, quando ora so che è Lei, giovane e fragile creatura, che mi regala il suo amore?


continua: 6 Epìlogo
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