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La Fiasca i personaggi ------------------- Il racconto si sviluppa in forma epistolare. Cioè, è una lettera. E questo ci dice che abbiamo già due personaggi: uno che scrive, l’altro che legge. Sono due uomini. Sicuramente di fede islamica, come si intuisce dall’invocazione iniziale, dove sono elencati nell’ordine i primi cinque dei 99 appellativi di Dio. I loro nomi sono rivelati soltanto nel finale del racconto: Zakarija, lo scrivente; Baybars, il destinatario. Sono entrambe figure storiche. Zakarija bin Muhammad bin Mahmud Abu Yahya, detto al-Qazwini ha un profilo interessante. Arabo di origine, persiano di nascita. Magistrato, visse a lungo e viaggiò molto; quasi sessantenne fu al servizio dell’ultimo Califfo. Il suo lavoro più noto è un testo di scienze naturali “delle meravigliose cose che esistono per volere di Dio” ed uno di geografia, dove descrive le città incontrate nei suoi viaggi. Considero strano che non abbia mai scritto di politica, o di Storia, vista la sua professione. Abbiamo di lui invece un romanzo di fantascienza, nel quale il viaggio di due extraterrestri verso la Terra diventa il pretesto per osservare e commentare (dall'esterno) la natura umana (pensate: nel 1200, la capacità di immaginare vita fuori della Terra...). Baybars al-Bunduqdari, molto più celebre di Zakarija, è un generale, capostipite di una dinastia di Mamelucchi. Con la fine violenta di al-Salih Ayyub, ultimo re discendente della discendenza di Salah al-Din (Saladino), ne sposò la vedova (la madre di Kalil) dopo che questa aveva perso l’unico figlio maschio. La scia di sangue che quest uomo si lasciò dietro non risparmiò neanche il generale egiziano Qutuz, suo diretto concorrente nella successione violenta al trono che fu degli Ayyubidi. Dopo Baybars, sul trono di Alessandria siederà Barak, suo figlio primogenito. Baybars è un gigante nero (o comunque, di pelle scura) con gli occhi azzurri. Ho immaginato tra i miei due personaggi, lontani per età e per temperamento, una vicinanza ed un legame di amicizia che nasce da un passato rapporto tra precettore ed allievo. Nel racconto epistolare di Zakarija appare un terzo uomo, la vittima. È un mercante di oggetti d'arte. Per il suo mestiere, e per il fatto di essere stato indicato come un esperto, è probabilmente un uomo colto, o quantomeno preparato. Ma, nella decrizione del nostro spaventato narratore, diventa un avversario ignobile e gretto. Anzi, bestiale. Perché è proprio il mancato riconoscimento della dignità umana nel proprio antagonista, che offre la giustificazione mentale al delitto. E l’ideologia (o la religione) aiuta molto, in questa necessità di camuffamento per giustificare l’omicidio (o, su scala industriale, la guerra). Nella mia storia "agiscono" anche due personaggi inanimati. Il Muro (Le Mura); elemento urbano di difesa, ma in realtà di separazione, anche individuale, per metafora, da ciò che spaventa perché si ignora. E che, giusto a causa del Muro, si continua ad ignorare. Il paradosso che nel racconto attribuisco al mio narratore: "più alte le mura, più distante si attira il nemico" è in realtà una constatazione di al-Idrisi, un geografo siciliano alla corte di Ruggero II, che scrive: "tanto più si slanciano in alto le torri per avvistare i nemici, tanto più da lontano questi le scorgono" Il muro interiore divide due parti. Una sola delle quali, è quella giusta. Nell'illusione di Zakarija svolge la funzione di chiusura netta tra opposti integralismi; oppure fa da separazione tra tolleranti e integralisti. Il finale comunicherà una terza, imprevista, collocazione del Muro. L'altro personaggio inanimato, anzi, il protagonista, è la Fiasca. Si tratta di un oggetto reale: è un manufatto in ottone con figure sbalzate in argento, realizzato verosimilmente a Damasco negli anni ’40 del 1200 per conto di al-Salih Ayyub, il Sultano di cui ho già detto. La sua fattura è simile a quella di altri oggetti islamici dello stesso periodo, realizzati per uso quotidiano; come quelli esposti a Palermo, nel Palazzo di al-Aziz (la “Zisa”). Tutti testimoni di un periodo, nel tardo medioevo, di interscambio culturale, di arti e relazioni diplomatiche tra le due vicine sponde del Mediterraneo. Una cordiale familiarità, in periodo di crociate, quando Palermo era la Capitale da cui regnava l’Imperatore dei Cristiani. Ma la fiasca di questo racconto non ha eguali.
Io l’ho incontrata nell’estate 2001, pochi giorni prima dell’11 settembre. E infine la donna, di nome Jasmine. La presenza di questo personaggio è strumentalmente funzionale alla mia storia: serviva una competizione sessuale perché nella rivalità tra i due uomini si arrivasse all'omicidio. E poi, con cinismo, devo ammettere che anche il suo abbandono ad una fine quasi certa è un artificio retorico di effetto, un femminicidio rituale e purificatorio... Con meno cinismo devo invece rivelare che la donna è metafora della ricerca dell'armonia, che è contraria al conflitto, e insieme ne è l'incolpevole causa. Non ha un nome casuale: Jasmine (Hasmik, Mòlì, Gesmil, Yasemin) è nome di un fiore odoroso, e in ogni lingua è segno di cambiamento. Non a caso, il suo nome è legato alla primavera araba del 2010/'11. Mi preme quindi tranquillizare le mie lettrici: Jasmine (Hasmik, Mòlì, Gesmil, Yasemin), sopravvissuta all'abbandono, si è conquistata da sola, nel confronto con l'Autore, un ruolo autonomo e simbolico, che esprimerà nel successivo Ultimo Volo. Un'ultima nota a margine: la frase "empia" di Jasmine, che fa precipitare una situazione già tesa, è la manipolazione di una celebre affermazione dell'Apostolo Paolo. Nella prima epistola ai Corinzi, al cap.13, v.11, scrive: "quand'ero fanciullo, parlavo da fanciullo, pensavo da fanciullo, ragionavo da fanciullo; ma quando son diventato uomo, ho smesso le cose da fanciullo". E più avanti, al v.13, continua: "or dunque, queste cose ho conservate: Fede, Speranza e Amore. Ma di queste, l'Amore è il più grande". prosegui con: il racconto torna a: la fiasca torna a: telodiconarrando |
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